UNA MIA RECENSIONE

16. ott, 2018

“DIARIO MINIMO DI UNO SCRITTORE ESORDIENTE

 

 

 

Diario minimo…può considerarsi un vero e proprio manuale, una guida mentale e psicologica, ma anche decisamente tecnica e strumentale  per aspiranti scrittori, per coloro che, volendo pubblicare un loro primo testo, assumono la dicitura “esordienti”.

E proprio perché questa definizione resta in molti casi indelebile, quasi un marchio, il testo intende apportare qualche chiarimento su un mondo che ai neofiti risulta veramente incomprensibile.

Innanzitutto dibattendo qual è il rapporto tra scrittura e letteratura. E soprattutto cosa succede se uno scrittore esordiente decide di non seguire mode e mercato, editoria di successo e concorsi nazionali.

Fare un’autoanalisi della propria vena narrativa, ricercare i motivi che sono alla base di progetti letterari e rappresentarli con le motivazioni immediate e sincere, diventa istruttivo e di grande aiuto per chi inizia a misurarsi con il proprio io creativo.

Il testo quindi si offre come manifesto programmatico per chi resterà ai margini della grande editoria. Essere autori minori non vuol dire però essere poco significativi, anzi.

Il più grande interprete del sentimento di marginalità è stato un grande della letteratura mondiale: il portoghese Fernando Pessoa, il cui pensiero rivive nell’ultima parte del Diario minimo

 

10. ott, 2018

Bisogna anche decidersi. Siamo sempre alla nota dolente. Certo che Pessoa ha proprio ragione:

L’unico nobile destino di uno scrittore che viene pubblicato

è non avere la celebrità che merita. Ma il vero nobile destino

 è quello dello scrittore che non viene pubblicato.

(Pessoa, Il libro dell’inquietudine 207)

 E allora, prima c'è il momento più alto della composizione narrativa, poi c'è la pubblicazione del manoscritto, la sua materializzazione, dall'astrazione alla concretezza; poi c'è la sua promozione: ma questa riguarda il mercato. Presentare il libro, ma a chi?

2. dic, 2017

Sto leggendo questo libro e volevo condividere questa citazione.

 

"Con i classici il nostro dialogo è eterno. Sono inconsumabili, nati in una stagione della storia eppure associabili a tutte le stagioni che poi verranno. La definizione stessa di classico deriva da un “ordine" che pone al vertice il “canone”, la misura cioè di quel che verrà posto a modello da imitare nella scrittura. Perché il concetto stesso di “canone” e di classico si collega a quello di “imitazione”, paradigmatico cardine della Poetica di Aristotile, il Tolomeo della letteratura greca, sistematore dei generi della classicità. Il ritorno a leggere i classici si raccomanda sempre ad ogni stagione di decadenza non solo creativa, di mortificazione della fantasia e sua soggezione a qualche potere. E sempre nel rapporto col Potere che si gioca la salute e la forza della letteratura. E oggi questa rilettura suona di particolare urgenza, nella umiliata situazione di dipendenza della scrittura dal potere mediatico, che appiattisce il gusto su modelli di massa di bassa qualità, per potersi fare mercato globale." (da "Poesie (eNewton Classici)" di Saffo)

 

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28. ago, 2017

Una volta che il romanzo è stato pubblicato, c'è l'azione di promozione. A chi compete questa sequenza? All'autore? Alla casa editrice? Ai mass-media? Chi materialmente compie l'azione di propaganda per il mercato?

Forse è questo l'aspetto più deprimente nel processo letterario!

Il mercato librario è complicato, c'è il problema della distribuzione. E le librerie non sono sempre disponibili a favorirti, se non hai alle spalle una forza propulsiva, i rappresentanti.

Va l'autore dal libraio e gli chiede se per favore fa arrivare il suo libro e lo metta in vetrina?

27. mag, 2017

Cogliere il senso di quello che si legge non è facile, spesso c'è una frattura insanabile tra l'immaginario di chi scrive e quello di chi legge. Se poi chi legge è una casa editrice, figuriamoci!

Credo che nel mercato letterario domini superba l'incomprensione. C'è poco spazio per la vita profonda, fatta di intuizioni e ricerca di senso. Non c'è la consapevolezza sufficiente che la letteratura è vita, e che chi crea non fa un'operazione di razionalità e realismo, bensì di rappresentazione del possibile in tutte le sue sfaccettature.